La droga, nella nostra società, è diventata una presenza continua. Ogni giorno, in una maniera o nell’altra, giornali e televisione ci parlano di questo problema. L’approccio mediatico, però, risulta spesso confuso. Vengono messi insieme tossicomania, pericoli per la sicurezza, Paesi produttori, riciclaggio, mafia.
Tutto ciò, insieme a una presunta e mal manifestata onnipotenza, soprattutto nel mondo dei giovani, porta alla erronea considerazione del pericolo delle sostanze stupefacenti. Esso è visto come un mondo lontano, facile da evitare e, soprattutto, facile da combattere.
Quante volte ci siamo sentiti dire frasi come: “Ma figurati, smetto quando voglio”, oppure: “Tanto è solo uno spinello, non può farmi che bene!”.
Tutto questo, forse, scaturisce da una mancata realizzazione, da un desiderio irrefrenabile di fare nuove esperienze, da uno spirito di emulazione o semplicemente da una dimostrazione di maturità e di voglia di evadere, di andare contro il sistema, di trovare una propria personalità.
Sinceramente rimango allibito di fronte a queste giustificazioni e mi chiedo come un giovane possa dimostrare la sua maturità restando succube di una sostanza, come possa uno evadere se poi rimane schiavo della droga. Questa non è libertà, questa non è maturità. La definirei piuttosto, passiva accettazione della propria incapacità di affrontare i problemi, desiderio di rinchiudersi in un mondo immaginario, in un paese delle meraviglie che in poco tempo si trasforma in un incubo a occhi aperti.
Il tossicodipendente, nel corso della sua vita, diventa vittima e carceriere di sé stesso. Passa il tempo a erigere muri per separarsi dalla realtà che ha intorno fino a che quegli stessi muri lo rinchiudono in una cella di oblio e paura.
Egli ama e odia la droga allo stesso tempo. Si interrompono le amicizie, gli amori, vengono a mancare perfino gli affetti più cari. Rinuncia a tutto, anche a se stesso, per la droga. Ormai è la sua sola fonte di vita.
In un famoso romanzo di Chuck Palahniuk si legge: “…quello che possiedi alla fine ti possiede”. Credo che la frase calzi a pennello.
Quello che mi piacerebbe tanto sapere è se il tossicomane possa, in qualche modo, rendersi conto della situazione in cui si trova, se possa o riesca a guardare indietro e rivedere gli errori commessi e le favole alle quali ha creduto. Penso che non lo saprò mai, ma se così fosse, ecco che l’esperienza, seppur drammatica e inaccettabile di un tossicodipendente, potrebbe essere considerata come monito per le giovani e inconsapevoli vittime della droga e come oggetto di riflessione.
Qualcuno afferma che la colpa è dei giovani, considerandoli come mine vaganti in un sistema standardizzato e preciso. Altri dicono che la colpa è della società che non lascia loro il giusto spazio. Altri ancora azzardano che non c’è più nulla da fare.
Personalmente ritengo che il “nulla da fare” è una formula che deve sparire, perché si deve sempre lottare per difendere la vita e la qualità della vita anche nei casi più gravi.
Io sono un giovane e, come tanti altri giovani, mi indigno di fronte a come un ragazzo, che potrebbe essere tranquillamente il mio migliore amico, se non addirittura mio fratello, possa ridursi a non vivere a causa di una sostanza che non dà altro che illusioni, e resto sconcertato se penso a come, tanti miei coetanei, abbiano scelto la via della morte piuttosto che quella della vita.
Stefano Bortone
